Ti ricordi le tartarughine d’acqua vendute ai lunapark come animaletti domestici, che poi venivano abbandonate nei fiumi?
Quelle tartarughine sono Trachemys scripta, la tartaruga dalle orecchie rosse originaria del Nord America. Per decenni sono state vendute come piccoli animali da compagnia — economiche, colorate, apparentemente innocue. Ma crescevano. Potevano superare i 25 cm e vivere oltre 20 anni, ben oltre quanto molte famiglie si aspettassero. E così, in stagni, fossati e zone umide di tutta Europa, sono finite per essere abbandonate in grandi numeri.
È una storia che racconta più di noi che di loro. Non è la tartaruga ad aver fatto qualcosa di sbagliato: ha semplicemente fatto quello che ogni specie fa, adattarsi e prosperare dove le viene data l’occasione. Il problema siamo stati noi — un comportamento diffuso, quasi innocuo nella percezione comune, che nel tempo si è trasformato in uno squilibrio ecologico concreto e difficile da invertire.

Oggi quel gesto, fatto magari con leggerezza decenni fa, è uno dei nodi che il progetto Resilient Wetland affronta nei tre siti del sistema del Menago.
Il problema non è estetico, ma ecologico. Trachemys scripta è una specie estremamente competitiva: occupa i siti di termoregolazione sottraendoli alle testuggini autoctone — l’Emys orbicularis, ormai rara nella pianura padana — si nutre di uova, anfibi, piccoli pesci e invertebrati con un impatto significativo sulla catena trofica, e può trasmettere patogeni alle popolazioni native. In Europa è classificata tra le specie aliene invasive di rilevanza unionale: importazione, riproduzione e commercio sono vietati da tempo.
Nei siti coinvolti nel progetto, la sua presenza è stata documentata insieme ad altre specie aliene problematiche — siluro, carpa, persico sole — segno di un più ampio squilibrio degli ecosistemi acquatici, legato anche all’interrimento dei bacini e alla pressione antropica sul territorio.
La risposta prevista è duplice. Da un lato, un piano operativo di spostamento selettivo, con trappole specifiche per la cattura delle testuggini senza danneggiare le specie autoctone. Dall’altro, qualcosa di più innovativo: la realizzazione, all’interno del Parco Valle del Menago, di un centro dedicato alla gestione controllata degli esemplari catturati — una struttura che trasformerà il problema in un’occasione di sensibilizzazione e didattica per il territorio.
Perché proteggere le zone umide non significa solo ripristinare argini e piantare alberi: significa anche imparare dai nostri errori — anche quelli fatti in buona fede — e restituire spazio a chi quello spazio lo aveva perso.



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